
Venezi bella ma non so se la metterei come direttrice musicale del Fenice
Beatrice Venezi non è una semplice direttrice d’orchestra, è l’idea che un’azienda di prodotti per la cura dei capelli ha di una direttrice d’orchestra. Carriera fulminante, vince il prestigioso premio Atreju 2021 davanti a Bello Figo e ai Pinguini Tattici Nucleari. Tende a stare sempre un po’ a destra, non per opportunismo ma perchè qui non siamo di certo in Inghilterra. Qui siamo in Italia e lei preferisce essere chiamata direttore. Se Muti si facesse chiamare direttrice si scatenerebbe un putiferio. Bisogna tenere conto delle quote rosa senza se e senza ma, l’importante è che ognuno lo faccia a casa propria. Nominata a dirigere il Fenice, scatena una rivolta senza precedenti degli orchestrali. E non per via della scarsa esperienza, dell’appartenenza politica o altro: avrebbero voluto semplicemente uno sconto sull’acquisto del balsamo che la direttore utilizza per la propria chioma.
Cosa voleva comunicare qui l’artista: ultimamente ha fatto qualche passo indietro. Ha detto di essersi sentita come Agnese Ascalone e che il progetto culturale di questo governo è sfumato. Ci sarebbe tanto da dire. Troppo per una sola manomissione. Ci limitiamo a questo: la cultura è movimento, sommossa, rivoluzione, elettricità. Tutto il contrario della politica mummificata – per carità, non solo meloniana – degli ultimi decenni, specialmente in ambito culturale. Nella stessa intervista, rilasciata ad un noto sito di informazione, ha parlato proprio dell’orchestra “lasciata libera di fare proclami dal palco a più riprese durante gli spettacoli […], interviste su ogni mezzo stampa, tv, radio, social terracqueo”. Proprio così, terracqueo. Come il globo lungo cui stiamo dando la caccia agli scafisti. Licenziata, si è scagliata contro la Casta. Interpellata, Laetitia ha risposto: “Elle a des cheveux incroyables mais je n’irais pas à un de ses concerts”.
