
C’è stata un Aomame o un Tengo per ciascuno di noi. Qualcuno che ci ha fatto battere il cuore quando non conoscevamo ancora il significato di questa espressione o attribuivamo l’allarmante sensazione al panino melanzane e soppressata della signora Sponzillo. È “fiamma” la parola giusta: per il calore che sprigiona dalle guance, per la velocità con cui i ricordi svaniscono, per l’intensità di certe sensazioni – che fanno quasi male e lasciano il segno. Era un pomeriggio autunnale, grigio. Due ragazze e un ragazzo, dello stesso paese e compagni di classe, si erano dati appuntamenti nella biblioteca comunale per studiare, latino probabilmente. Il ragazzo arriva e trova solo una delle due ragazze. Ci farà veramente caso solo una ventina di anni dopo (si, è sempre iputanonion 3, ritardatario per definizione). Lei gli piace, tantissimo: è fine, bellissima, ha un sorriso stupendo ed è pacata, mai sopra le righe, brillante, intelligente. Si dimentica che ci sarebbe dovuta essere una terza persona, il luogo e il momento sono perfetti. Trascorrono le ore. Sono complici, e non da quel pomeriggio a dirla tutta. Dal futuro una voce urla “Prendile la mano, falle un complimento, baciala, fa qualcosa! Santo cielo!”. Fuori è già buio. Chiudono i libri, escono dalla biblioteca, si salutano. Fosse successo solo qualche decina di anni dopo, lui avrebbe trovato il coraggio, la sera, di scriverle su Whatsapp che era stato un pomeriggio speciale, da ricordare, magari da replicare. Ma era l’epoca degli sms e francamente il nostro scoprì solo molto tempo dopo che nella vita ogni tanto bisogna lanciarsi. Lei gli avrebbe risposto che era stata molto bene e che potevano vedersi anche non in biblioteca, dopo la scuola. Oppure no: forse è sempre stato tutto nella testa di quel ragazzo ora uomo. Forse lei lo considerava un buon amico, un abile conversatore e brillante compagno di studi (ricordava male o una mattina in cui non avevano preso il bus insieme – come succedeva tutti i giorni e poi passavano tutto il tempo nel cortile a parlare finché non suonava la campanella e arrivavano alla spicciolata gli altri della classe – lei gli aveva detto, “Mi sei mancato”?) e niente di più. Lo spera: e non per via di tardivi rimpianti ma perché il sentimento che aveva provato per lei era così nobile – nella pur totale immaturità e impossibilità di definirlo – che non vorrebbe che lei ne avesse patito, avesse sofferto la totale incapacità di cogliere, scambiandola per indifferenza. Una fiamma, in fondo, può persino trarre in inganno, creare figure e ombre che, alla luce reale, dei fatti, non sono mai esistite.
Cosa voleva comunicare qui l’artista: Aomame è uno dei personaggi migliori mai usciti dalla penna del venerabile Murakami. L’armonia dei lineamenti che si scombina in un battito di ciglia, l’attenzione maniacale per il proprio corpo, la passione predatrice per gli uomini calvi. Se ne sta lì, sul balcone, e le viene in mente una canzone che fa
È troppo grande la città
Per due che come noi
Non sperano però
Si stan cercando
Aomame è l’opera che chiude la trilogia di 1Q84.
