Porgi l’altra brugola

Carissimi Iputanonion,
Ho molto apprezzato questa manomissione apparsa sul numero 115 di “Deretani in acciaio inox”. Ho una curiosità: da dove nasce questa passione per la meccanica? 
Siete grandi!
Giovanni

Caro Giuseppe, grazie perchè ci offri l’occasione di parlare di un tema a noi molto caro: il martinetto idraulico. Che ha un nome innocuo – Martinetto sembra il fratello minore tonto della fidanzatina delle elementari, che ci guardava pomiciare mentre eravamo seduti nella veranda della loro casa colonica in mezzo ad una piantagione di cotone, a un tiro di schioppo da New Orleans e quasi ogni giorno compariva questo ragazzo a bordo ferrovia che portava la sua chitarra in un sacco di iuta. A un certo punto la mamma lo chiamava: “Martinetto, vieni a lavarti le mani, è ora della merenda!”. Ma lui, come se non avesse sentito affatto, rimaneva lì a fissarci, con sorriso ebete e mostrando ampi spazi neri tra un dente e l’altro  – ed invece è un tipetto tosto, tutto lavoro e parcelle in nero. Quando ne hai bisogno non ti risponde e probabilmente è fuori a farsi una birra con il suo compare Gel. Una volta, un tizio di Chattanooga, stivali di pelle, cappello da cowboy e l’abbronzatura tipica di un texano del Tennessee – Dan mi pareva si chiamasse o forse Don, non ricordo – osò chiamarlo “cric”: nella carrozzeria di Jeffrey “il baffo” Stevenson calò un silenzio tombale; persino Lewis LeSaux, mago dei carburatori ma pazzo come un cavallo, smise di masturbarsi nel cesso che dava sul cortile interno, in cui ogni tanto si infilavano anche le prostitute di Frank Capuozzo. Erano proprio le tracce di rossetto, le sopracciglia finte e persino qualche preservativo usato, che eccitavano così tanto Lewis. Jeffrey prese per il bavero della camicia con le frange quel Dan o Don e gli sibilò, a un millimetro dalla faccia – Forse, brutto zoticone dei miei coglioni, dalle tue parti lo chiameranno anche in quel modo. Ma qui si chiama martinetto. Ficcatelo in quella zucca abbrustolita. E adesso levati dalle palle, altrimenti sarà il tuo culo maleodorante ad aver bisogno di un idraulico. Mentre il malcapitato, arretrando, per poco non inciampò nel proprio cappello che nel frattempo gli era scivolato dalla testa, Steve rise di gusto alla battuta del boss. Hey Lewis, pensi di riuscire a smettere di menartelo? C’è un lavoretto per te! – Ho quasi finito Jeffrey, quasi finito, vengo subito! E sghignazzava ancora più forte – Fottuto bastardo del cazzo mormorò Jeffrey, stizzito, lisciandosi il mustazzo sinistro. 

Cosa voleva comunicare qui l’artista: inclusione; accoglienza; apertura. Sono termini in disuso da anni, è bene che tornino nei discorsi di tutti i giorni. Anche se non fanno prendere voti, ci sono ancora, abbiamo controllato sul dizionario. Siamo dove siamo – in verità sull’orlo del collasso – perchè gli esseri umani hanno incrociato i propri geni, sono stati curiosi, hanno accettato la diversità dei loro simili. Che pare un ossimoro. Ma lo è anche Salvini ministro della Repubblica. Quindi mettiamo da parte le figure retoriche e proviamo a tendere la mano, la chiave inglese o quello che è: forse non riusciremo ad “incastrarci”, almeno non subito, ci sarà da limare, ammorbidire, riconfigurare. Ma alla fine, come per magia, quella valigia di cartone si riempirà di cultura, di esperienza, di consapevolezza. Quando Lewis, finalmente, uscì dal bagno, Jeffrey si stava fumando una sigaretta, appoggiato al cofano di una Buick azzurra del ’59. Senza nemmeno voltarsi chiese a Steve – Hai almeno tirato lo sciacquone, razza di depravato? – Oh si Jeffrey, certo che l’ho tirato lo sciacquone! Per chi mi hai preso? E sentiamo, chi sarebbe passata da quel cesso maleodorante questa volta? Direi Lupita. Ma poteva essere anche Consuelo…immagino che le ispaniche abbiano un po’ tutte lo stesso odore… Jeffrey aprì il cofano e lo bloccò con il gancio – Sei uno sporco razzista, lo sai vero? Prendi il martinetto idraulico e vieni qui, c’è da sistemare il carburatore di questa bellezza.