Ahooo!

“Se me fanno Maestro Venerabbile vengo sotto la curva!”

Un po’ tutti sanno chi è l’uomo nella manomissione. La carriera incredibile, la storia che diventa leggenda. In pochi, pochissimi – una loggia segreta potremmo dire – sanno che in realtà Carletto voleva essere un libero muratore. Ebbene si. A dispetto della carrozzeria del padre e della vita trascorsa sui campi da calcio, egli avrebbe di gran lunga preferito la strada esoterica, il miglioramento morale e spirituale. In quella corsa a perdifiato verso il settore occupato dagli atalantini c’è soprattutto ribellione, un rifiuto di accettare la propria condizione e poi il tentativo di andare oltre, rischiando la vita, mettendo a dura prova le coronarie già intaccate dalla pajata ingurgitata a pranzo. Come il filosofo che si alza e parla, così Carletto ha urlato e si è dimenato dalla panchina, ogni domenica e mercoledì e giovedì della stagione. Ci stava dicendo

“Nun o vedete che io qui nun ce vojo stà?! Io vojo fa’ i riti de affiliazione, gli impicci ca a politica, esse parte de na rinascita democratica!”

Non lo abbiamo ascoltato, acciecati come eravamo – come siamo – da quel maledetto pallone di cuoio. E adesso dobbiamo accontentarci di aver visto all’opera uno dei più grandi allenatori di sempre.

Cosa voleva comunicare qui l’artista:

“Vuoi essere il miglior amico mio? Depista bene”

era solito dire ai nuovi arrivati, confondendo evidentemente aspirazioni e realtà. Gli hanno voluto bene tutti – tranne i familiari di alcuni suoi giocatori ai tempi della Fiorentina -, lo hanno guardato come si guarda ad un padre. Ha lanciato Totti. Ha reso possibile il gran finale, meritatissimo, di Roberto Baggio. Restituito alla propria grandezza Beppe Signori. E un milione di altre storie, di piccole grandi vittorie, personali e di gruppo. In sottofondo è partita Roma capoccia e questo monno, senza Carletto, è un po’ più ‘nfame.